| Le feste de l’Unità – Una storia lunga sessant’anni |
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| Scritto da vladimyr martelli |
| Domenica 26 Giugno 2011 22:26 |
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E’ da poco uscito un libro particolare che offre oltre ad una bella ricostruzione in chiave narrativa dell’esperienza storica delle feste de l’Unità anche un bel DVD con immagini d’epoca, ormai dell’altro secolo e quindi anche dello scorso millennio. Un bel libro opera di Fabio Calè, che lavora presso la Direzione dei democratici di sinistra e si occupa di memoria storica e di estetica della politica, e quando gli riesce, e ci sembra che ci sia riuscito, scrive, e un bellissimo DVD che ha la regia, in parte, di Federico Mercuri dove sono presenti delle belle interviste, tra le quali quelle a “vecchi compagni” che negli anni hanno preparato e lavorato nelle feste de l’Unità, oltre ai filmati inediti di Ettore Scola e David Riondino.
Il titolo del libro è “Popolo in festa” con un sottotiolo significativo “Sessant’anni di feste de l’Unità”, pp. 125, Donzelli editore (€. 15 compreso il DVD). La presentazione è avvenuta, e qui si potrebbe ironizzare, nei locali della libreria Mondadori di Velletri. Il moderatore Roberto Palladino (Sky TG 24) ha invitato saggiamente l’autore del libro a focalizzare l’attenzione sulle più importanti trasformazioni, legate a momenti storici particolari, che hanno avuto le feste de l’Unità nel corso degli anni. L’esigenza di fare un libro del genere, come ha spiegato Stefano Mercuri, è nata nel 2008 quando si era deciso di non chiamare le feste nazionali “Feste de l’Unità”. Da qui l’idea di far vedere quel mondo che stava dietro le feste e le ragioni che hanno guidato tante persone e la direzione del partito comunista a prendere nel tempo certe decisioni. Fin da subito, dopo la prima festa che fu effettuata nel 1945 nei boschi di Mariano Comense, circa due anni dopo, si passa da una festa della resistenza che vedeva coinvolti uomini e donne del nord, partigiani e operai delle fabbriche della zona milanese ad una festa che doveva avere sia un riferimento nazionale sia vari appuntamenti locali. Pertanto, nel 1947, la festa si struttura e vengono previste varie feste in tutte le maggiori città ma anche nella provincia fino ad arrivare alle borgate e alle periferie. Tutto questo accadeva appena 20 mesi dopo quella del 1945 ed era figlia della consapevolezza del gruppo dirigente del partito comunista, tra i quali Pajetta, del carattere unificante ed allo stesso tempo coinvolgente che le feste de l’Unità rappresentavano non solo per gli operai ma anche per le classi medie. Le feste, e la festa nazionale, vengono concepite come momenti centrali dell’anno, momenti di incontro sia festosi che culturali, dove si consolida la coscienza di massa, dove si fa alfabetizzazione, dove partecipano artisti. Ma le feste non sono ovviamente improvvisate e vengono preparate nei minimi particolari; richiedono per il loro svolgimento una precisa organizzazione che viene accompagnata dalla disciplina e dalla consapevolezza dell’importanza dell’avvenimento. Questi elementi cardine, secondo l’autore, sono ben presenti fin dall’inizio e fin dall’inizio vi è il cibo ed il ballo, insomma quei tanti momenti di socializzazione popolare che erano anch’essi il fulcro delle feste. A livello politico le finalità erano chiare: se da una parte vi era la necessità, attraverso questi momenti, di far conosce il partito al popolo, dall’altro le feste rappresentavano appuntamenti importanti per l’autofinanziamento. Grazie anche alle feste, negli anni 40 il partito comunista arriva ad avere un milione e mezzo di iscritti. Sono feste dove vi è il concorso di bellezza e dove c’è lo sport, all’inizio in particolare il pugilato ed il ciclismo; tali iniziative avevano l’obiettivo di andare incontro al popolo cogliendone le esigenze. Le feste venivano effettuate in estrema sintonia con la popolazione, sapevano cogliere le tendenze perchè il partito era tra il popolo – afferma l’autore forse con qualche riferimento al presente? - e sapeva di conseguenza coglierne le domande. Uomini e donne, figli e figlie di intellettuali o figli e figlie autodidatte del popolo, lavoravano fianco a fianco nella preparazione e nelle giornate delle feste. In quegli anni c’era una grande competizione con l’altro grande partito che sostanzialmente si comportava allo stesso modo, la DC, e spesso si avevano delle vere e proprie sfide di piazza tra i due partiti. Con il passare degli anni si arriva alla festa nazionale di Roma del 1972, la festa del Segretario Enrico Berlinguer. E’ un momento storico particolare, ci si avvia verso l’esperienza di governo territoriale, delle cosiddette giunte rosse, fino ad arrivare al compromesso storico. La festa, i discorsi, il comizio finale devono far vedere che il partito comunista è pronto e può governare. Sono anche gli anni, fa notare Calè, che ci si apre alle nuove tendenze culturali, alle nuove sperimentazioni. Interessante a tal proposito è l’intervista a Renato Nicolini che racconta una festa dell’Unità dove si era deciso di abolire la cucina, “niente più puzza di salsicce”, per aprire la festa sempre di più a momenti culturali, anche sperimentali (ad esempio venne prevista la lettura di testi di Brecht in tedesco per 4 ore di seguito). Alla fine delle giornate di festa ci si accorge che così non si può continuare ed allora bisogna ritornare sui propri passi senza rinnegare la scelta dell’abolizione della cucina che sapeva troppo di passato e vecchio: ed allora si usa un escamotage, si decide di far cucinare i compagni a casa con l’obbligo di portare il cibo alla festa: in questo modo è salva l’apparenza, la puzza di salsiccia non c’è ma il cibo magicamente appare lo stesso e l’affluenza di persone e il finanziamento aumentano. Grandiosa fu la festa nazionale del 1976 a Napoli, la prima grande festa al sud. Una festa dove in pochi ci credevano, fatta su uno spazio importante, la Mostra d’Oltremare, costruita ai tempi del fascismo e poi abbandonata. Una festa imponente e di grande successo. Le feste secondo Calè e Mercuri non sono riproducibili e sostituibili ad esempio con i tentativi contemporanei di trasformare il tutto magari in un attualissimo social network; questo perché la festa ha un suo unicum: è una macchina rituale dove si condivide la gioia, la fatica, il lavoro. Allo stesso tempo la festa è lo specchio del partito: se il partito ha un problema identitario forte la stessa festa ha e avrà dei problemi. Nel 2008 si decise di abolire il comizio finale, che ora invece è stato reintrodotto, perché l’idea era quella di condurre una sorta di talk show finale; in tal modo si traslava un effetto televisivo di successo (si pensi ad esempio a Ballarò) dentro una festa che ha connotati e tempi diversi da quelli televisivi. Insomma la festa de l’Unità negli anni si è modificata avendo a volte enorme successo perché ha saputo cogliere ed interpretare le tendenze, i bisogni, i malumori della maggioranza del popolo, e questo spesso è coinciso con i successi elettorali del partito comunista, ed a volte è stata anacronistica, fuori luogo con clamorosi insuccessi anche organizzativi, nonostante l’affluenza di persone, come la festa di Bari sempre negli anni ‘70. Ma in tutto questo c’è stato sempre e comunque il sudore, la gioia, la fatica, di migliaia di volontari che ancora oggi troviamo tra gli stand delle varie feste cittadine e nazionali. E come, allora, non pensare ai raduni o alle feste locali di successo leghiste? In queste, in fondo, si possono rileggere molte delle caratteristiche della festa de l’Unità, intese come feste di popolo seppur di parte, con la variante secessionista, a differenza di quelle comuniste che hanno sempre avuto, invece, una caratteristica unificante e negli anni anche patriottica. |



