| Vittoria mancata... |
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| Scritto da Luca Di Giovanni |
| Mercoledì 14 Dicembre 2011 17:38 |
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E arrivò il giorno. Tanto atteso, tanto invocato, tanto sospirato. Da sette anni non si vince da quella “quasi manita” e tutti a casa di Totti una fantastica sera di febbraio di parecchi mesi fa. Ed eccola qua la partita , e che partita! Un Roma-Juventus da brividi , per la storia, per la passione , per i ricordi di quegli scontri infiniti degli anni 80 per i vari Conti e Falcao da una parte, Platini e Cabrini dall’altra , per Viola e per Boniperti , per Sergio Brio morso da un cane a bordo campo, per quel gol di Turone. Tutto questo è Roma-Juve non una semplice partita di calcio. Ma la partita. Per arrivarci due percorsi completamente diversi, quasi opposti. Osannati e beatificati da primi della classe gli juventini con a capo il solido e ruspante Antonio Conte finalmente condottiero dopo anni di militanza da giocatore. Divorati invece dalle polemiche , dagli schiamazzi , dagli scazzi per quel che resta visti anche i tanti infortuni e le squalifiche della la truppa di Luis Enrique sempre meno hombre vertical e sempre più invece sull’orlo del precipizio. Conte è come un libro di Fabio Volo, lineare, senza sorprese o sussulti ma spesso vincente. Niente di imprevisto, tutto programmato con la sola eccezione Estigarribia al posto dell’infortunato Vucinic eil ritorno di Pirlo in cabina di regia. Dall’altra parte invece Luis deve fare la conta dei superstiti e per una volta , ma forse solo perché in chiara emergenza presenta sì una squadra rattoppata e rabberciata ma sicuramente più logica e lineare di quelle presentate nelle ultime due trasferte. La novità è l’esordio di giornata: quella del giovanissimo Viviani , primavera di belle speranze che in mezzo al campo va a completare il tridente di centrocampo insieme a Pjanic e Greco. Totti si riprende l’attacco insieme ai “ fratelli coltelli” argentini Lamela e Osvaldo mentre De Rossi finalmente retrocede del tutto e va a fare quello che forse tra 6-7 anni sarà il suo ruolo finale: quel difensore centrale che tanto piace , che tanto fa baluardo, quasi capitano, quasi eroe. E proprio da un guizzo dell’ormai eterno capitan futuro ( prossimo? ) che la palla lentamente va a morire nell’angolo beffando Buffon grazie anche ad un liscio da “ I classici di Mai dire Gol” di Vidal dopo soli cinque minuti cinque. L’Olimpico è un boato, Conte furioso, la Roma tutta abbracciata o quasi al suo leader maximo dai capelli color oro e gli occhi azzurro cielo! Niente possesso palla stavolta, niente fraseggi, per i giallorossi, la Juve attacca quasi convulsamente ,quasi senza ragionare e la Roma soffre, maledettamente . Ma si sa che è nella sofferenza che le prestazioni diventano maiuscole e anche i giocatori più spauriti si esaltano ( vedere Greco ). La Roma attende , pressa , morde e soffre. Tantissimo . Vidal prima, poi Pepe e poi ancora Estigarribia fanno vedere le streghe a Stekelemburg e compagni , ma la Roma tiene e diligentemente riparte ispirata da un Totti poco mobile forse ma sempre cercato e molto intuitivo. La ripresa vede una Juve stranamente più compassata e una Roma pronta a ripartire, come da copione ma non come sempre. Stavolta Luis Enrique si copre, stavolta il tecnico asturiano ha paura e si difende tenendo ben presente quello che gli avversari faranno: e cioè attaccare a testa bassa. La furia Juve c’è è vero, ma non si vede e quindi la Roma sembra poter ripartire con una certa scioltezza, ma quello che il tecnico di Gijon non può (pre)vedere è il sentirsi tradito da uno dei suoi uomini di fiducia, quella saracinesca che oggi è sempre stata serrata, quasi fosse quella di un negozio del corso il 15 agosto alle quattro del pomeriggio. Lo spiffero maligno stavolta c’è, la serranda non è completamente giù e così Chiellini lesto ne approffita e ci infila la testa. L’uscita è sventurata, quasi fuori tempo e la palla si insacca per il pareggio bianconero. Tutto sommato meritato, tutto sommato prevedibile. Quello che nessuno invece poteva aspettarsi era il lampo di Lamela solo sessanta secondi dopo. L’argentino in collaborazione con un tonico Simplicio si inventa il guizzo del penalty che potrebbe di nuovo far cambiare le cose in positivo. E la storia di questa gara. Per la Roma, per i tifosi giallorossi, per questa squadra che quest’anno proprio non riesce a decollare. Buffon non è il massimo dagli undici metri, la Juve quest’anno non ha mai perso e Totti ancora non ha mai segnato. Avrà pensato o magari ad alta voce detto più di qualcuno. Vero. Gli ingredienti per la torta perfetta ci sono tutti. Basta solo amalgamarli e il gioco è fatto. Manca però il tocco del genio. Manca Totti. La palla è calciata senza sentimento , senza fantasia e Buffon compie il miracolo. Deviazione prodigiosa e tutto come prima. La Juve e Conte riprendono fiato e ci credono. Il colpo è forte e può far male così prima Giaccherini e poi Quagliarella scaldano i guantoni ancora ad un quasi perfetto Stekelemburg , ma è ancora il capitano a mancare il colpo decisivo. Il pallone servitogli da un Lamela discontinuo a ma a tratti straripante è una sorta di mojto in riva al mare da bere tutto di un sorso fino all’ estasi più pura. Ma il numero dieci forse ancora scosso dal rigore appena fallito tentenna , finta , non calcia e poi sparacchia sul corpo di un Chiellini ormai già pronto alla preghiera. Si salva la Juve non colpisce mortalmente la Roma, che da carnefice rischia ancora una volta di essere la vittima. Un’altra volta. Ancora su verticalizzazione improvvisa degli avversari, il movimento di Quagliarella è mortifero, dolce il tocco sotto , ma stavolta Stekelemburg è un muro, inattaccabile e la palla così si sbriciola contro il corpo di questo gigantesco portierone olandese. Emozioni finite, tante per la verità ma non sempre pulitissime. Un 1-1 che lascia pochi sorrisi da entrambe le parti ed una marea di rimpianti ma tutto sommato può andare bene. Soprattutto per Conte e per la sua Juve sempre più squadra, e sempre più capolista.
Dal canto suo Luis Enrique sembra aver ritrovato la squadra, la coesione di gruppo , ma non il gioco. La Roma oggi è sembrata più dura e concentrata, ma forse perché era la partita, forse perché era l’ultima vera chiamata prima del baratro. Fatto sta che la squadra ha messo tutto per grinta ed intensità ma smorzare i facili entusiasmi ci sembra esercizio assai facile. La squadra soprattutto dal punto di vista del gioco non fa progressi. La rivoluzione non tanto culturale ma quanto meno tattica sembra un miraggio. La Roma si è chiusa e ha cercato più volte di ripartire, in maniera scolastica, in maniera classica, con continue verticalizzazioni, ci verrebbe da dire all’italiana. Un Luis Enrique stavolta libero da “fenomenite” e più logico e naturale, sembra aver dato retta a chi gli chiedeva il minimo sindacale per fare punti in Italia e cioè la semplicità. |

